Come promuovere il territorio,,,

… valorizzando le eccellenze gastronomiche: mangia come parli – il cibo a chilometro zero.

Questo il titolo del convegno di cui sono stato relatore ieri alla manifestazione Castello in Festa di Caneva.

Una splendida occasione, per me, di approfondire la conoscenza del territorio in cui abito e vivo, oltre che, dalla posizione privilegiata del Castello, di dare uno sguardo all’intera piana friulana fino al golfo di Trieste ed ai principali rilievi montuosi dell’Istria che si intravvedevano oltre la sottile linea di questo braccio di mare.

Pochi i punti affrontati, ma per me veri fondamentali per un approccio semplice ed onesto al tema dello sviluppo di un territorio. Primo: per sviluppo si deve intendere un processo che abbia come obiettivo dei precisi risultati economici, a maggior ragione in questo momento di crisi. Secondo: di questo sviluppo ne deve beneficiare per primo il territorio stesso, inteso nella duplice accezione di luogo prima ancora che delle persone che ci vivono. Nel senso che le attività economiche dovrebbero avere come fine principale il benessere, nel rispetto delle persone e dei luoghi. Gli antichi romani, per citare la cultura a noi più vicina, si rappresentavano con la figura del genius loci, l’identità di un certo luogo; identità che assurgeva al rango di divinità, una sorta di patrono del luogo stesso, alla quale bisognava rivolgersi tenendo inoltre ben presente che poteva essere sia maschile che femminile…

A me piace pensare che, se in quel periodo della storia dell’umanità in cui i nostri antenati sono passati da migranti a stanziali, un gruppo di passaggio ha scelto quest’area come un buon posto dove vivere e ci è rimasto fino ad oggi, forse alla base di questa scelta ci possono essere proprio la quantità, la qualità e soprattutto la continuità del cibo. Non è poi un caso che, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal sito palafitticolo del Palù che testimonia questo primo stanziamento umano, sorga oggi un museo dedicato proprio all’arte cucinaria, testimonianza a sua volta di una vocazione alla buona tavola di generazioni di cuochi, camerieri e personale specializzato che dai paesi della pedemontana pordenonese ha portato questa “identità del luogo” in giro per il mondo.

Come trasformare dunque questa vocazione in un processo di sviluppo economico? Innanzitutto riconoscendola e rispettandola come tale. Rionoscere questa tradizione è infatti tutt’altro che scontato, e passa per la conoscenza reciproca di chi, a vario titolo, questa identità la vive quotidianamente. La principale ricchezza del territorio infatti, oltre ai diversi luoghi che lo compongono, sta nelle conoscenze e nelle pratiche delle persone che questi luoghi conoscono, abitano, vivono. Si tratta a volte di piccoli saperi, presi individualmente, ma che visti tutti assieme possono diventare un grande capitale ed un potente motore di questo sviluppo. Forse è arrivato il momento di iniziare a fare una mappa, per conoscere e riconoscere i luoghi che abitiamo e chi a sua volta li abita conoscendoli e rispettandoli.

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il Palù

L’area del Palù, così si chiama il sito archeologico dal giugno 2011  patrimonio mondiale dell’Unesco, è il paesaggio che ho la fortuna di vedere dalla finestra mentre sto scrivendo queste righe. Quello che invece si vede proprio dal sito dove ci sono ancora i resti delle palafitte, soprattutto in una giornata piovosa come oggi, probabilmente non è un paesaggio molto dissimile da come doveva apparire ai primi abitanti di questo luogo. Grazie all’abbondanza d’acqua ed alla vicinanza di prati, boschi e della montagna con la sua foresta, è stato un luogo sempre ricco di animali e di fertili coltivazioni. Caratteristiche che si sono mantenute ininterrottamente nel corso degli ultimi millenni, tanto che un’area di prati da taglio vicina al sito, chiamata marcite, era famosa fino a non molti anni fa perché vi si potevano realizzare anche cinque tagli in una sola stagione, contro la media di due o tre degli altri campi, per non parlare di quelli poveri che davano al massimo la possibilità di un unico taglio. Ricchezza d’acqua, fertilità, abbondanza di animali… di vita.

Per i cinesi l’ideogramma che rappresenta la parola paesaggio è costituito a sua volta da due ideogrammi distinti: montagna e acqua. Proprio quello che si vede dal Palù.

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ripartiamo dal paesaggio

Insegno italiano in una scuola alberghiera. Questo mi porta a riflettere, ogni giorno, su cosa abbia senso insegnare e, soprattutto, quali discorsi si possano fare a partire da un elemento tanto importante  e centrale quale il cibo.

Ho inoltre la fortuna di abitare in un piccolo borgo ai piedi della montagna, da dove sgorgano, a pochi chilometri di distanza, le diverse sorgenti di un’unico fiume, la Livenza, che dai piedi della foresta del Cansiglio attraversa tutta la pianura fino ad arrivare al mare, oggi vicino a Caorle un tempo direttamente nella laguna di Venezia. Un paesaggio dominato dalla montagna e dalla sua foresta, dall’abbondanza d’acqua sorgiva e quindi dal verde e da animali, che ne hanno fatto una sorta di paradiso nel quale gli uomini hanno trovato cibo ed ospitalità ininterrottamente per ottomila anni. Un territorio, l’intera pedemontana pordenonese, dal quale nel secolo scorso in tanti sono partiti, come il fiume, alla volta di Venezia per cercare lavoro e trovarlo nel campo della ristorazione prima a Venezia, da qui nei migliori alberghi, ristoranti, Hotel del mondo e nelle navi da crociera più grandi e prestigiose.

Una volta ritornati a casa, cuochi di grande esperienza, hanno voluto creare un museo dell’arte cucinaria, a testimoniare i viaggi, le storie, le vite.

Il cibo, buono, abbondante e salutare, l’ottima cucina e la sapienza nelle mani delle persone, sono la vocazione di questa terra, un valore da cui ripartire per costruire un modello di sviluppo che porti a un nuovo benessere, nel rispetto dell’uomo e del suo ambiente.

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